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PAPA FRANCESCO
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I Santi Pietro e Paolo incontrano Gesù

29 giugno. Come ogni anno, in questo giorno, la Chiesa ci invita a celebrare i Santi Pietro e Paolo e a lasciarci interpellare dalla loro vita, completamente trasformata dall’incontro con Gesù di Nazareth, il Signore. Tentiamo, allora, brevemente, di entrare in questo loro rapporto con il Cristo, attingendo un  pò dai Vangeli, dagli Atti degli Apostoli e dalle lettere paoline.

Secondo il Vangelo di S. Giovanni, la relazione di Simone – il futuro Pietro –  con Gesù ha inizio nei pressi del fiume Giordano, dove il Battista sta predicando un battesimo di penitenza, per prepararsi al giudizio escatologico ormai imminente, indicando proprio Gesù come l’”Eletto” di Dio.

E’ curioso che Simone si trovi in quella regione, lontana dai luoghi dove è nato e lavora come pescatore: il lago di Tiberiade, in Galilea. E’ un uomo pratico, Simone, poco incline a voli pindarici e tuttavia generoso, talvolta spavaldo. E’ probabile, perciò, che il suo spostamento in Giudea sia stato favorito dal clima di rinnovata speranza nell’avvento del Messia suscitato dalla predicazione del Battista. Di fatto, segue il fratello Andrea che gli dice: “Abbiamo trovato il Messia” (Gv1,41). E, per la prima volta, questo “Rabbi”, ancora sconosciuto per Simone, fissa lo sguardo su di lui e pronuncia una parola irrevocabile, profetica:”Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefache significa Pietro”. Cosa avviene nell’animo di Simone, sotto quello sguardo e quelle parole? Forse, ha la sensazione di essere messo a nudo, di trovarsi davanti a qualcuno che lo conosce meglio di quanto egli conosca se stesso, qualcuno che gli svela chi è e chi sarà. Di certo, Simone intuisce che, nel profondo di sé è accaduto qualcosa di irreversibile, a cui non sa resistere: deve seguire Gesù. Improvvisamente, gli si apre davanti un orizzonte che, seppure oscuro, avverte come importante e reale più di quanto sia importante e reale tutto ciò che ha vissuto fino ad allora.

I Vangeli sinottici raccontano la chiamata del pescatore di Galilea in modi e tempi diversi da quelli narrati dall’evangelista Giovanni, ma, in tutti, appare chiaro il meravigliato lasciarsi attrarre di Simone dalla parola e dall’appello del Cristo. Come in quell’alba memorabile della pesca miracolosa, in cui, benché stupito e intimorito davanti ad un evento che gli mostra il potere di Gesù, Simone non chiede spiegazioni, non fugge, ma ascolta e custodisce la misteriosa promessa: “Non temere, d’ora in poi, ti farò pescatore di uomini” (Lc 5,10).

Non comprende Simon Pietro, però ha fiducia, si lancia, con generosità, dietro questo Maestro che, lo sperimenta più volte, non inganna. Lo sa, lo sente, benché non sappia spiegare come e perché. E, più volte, esprime ciò che misteriosamente avverte dentro di sé, spinto dalla meraviglia, dall’entusiasmo che gli sono propri, ma, ancora di più, da una luce interiore che non è sua. “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16), “Signore, da chi andremo, Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). E Gesù, ogni volta, lo conferma, lo rende saldo, attirandolo sempre più fortemente alla sua sequela.

L’affetto e l’ammirazione verso il Maestro che gli sta cambiando la vita crescono ogni giorno di più in Simon Pietro: egli è testimone delle sue opere strabilianti, ne ascolta le parole piene di amore e di verità, si convince che è proprio lui il Messia.

Eppure, è uno strano Messia: non vuole che si parli dei suoi miracoli, si nasconde alle folle che lo cercano per farlo loro capo , prega in solitudine per notti intere e, dopo essersi mostrato in una luce sfolgorante sul Monte Tabor, parla di un doloroso futuro di umiliazioni, sofferenze, morte e risurrezione. Che significa? No, Pietro non può accettare tali discorsi: sarebbe bruciare tutto quello che ha immaginato, sognato, sperato, sarebbe perdere tutto, passato e avvenire. Per la confidenza che si è stabilita con Gesù, si sente in dovere di farlo ragionare, di rimetterlo sulla vecchia, buona strada appena intravista ed assaporata, quella del mangiare sicuro, di un discreto successo e di legittimi onori. Certamente, non si aspetta il rimprovero sconcertante del Maestro: “Va dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mt 16,23). Non capisce più nulla Pietro ed il suo smarrimento è totale quando, nel Getsemani, vede Gesù lasciarsi incatenare dai soldati,mentre gli proibisce severamente di difenderlo con la spada. Perché? Non capisce più nulla neppure di se stesso, quando, sommerso dalla paura, rinnega l’amico e il Maestro per ben tre volte, lui che gli aveva giurato fedeltà fino alla morte. Gesù glielo aveva predetto, ma Pietro, quella volta, non  gli aveva creduto, mai immaginando di essere  il più vile dei vigliacchi. Eppure, nonostante tutto, Gesù non lo allontana da sè e, mentre si avvia al compimento della sua passione, al canto del gallo, gli rivolge un  ultimo sguardo, il “suo” sguardo, privo di ogni giudizio di condanna, più amorevole di quanto non lo sia mai stato fino a quel momento. Forse, è solo a partire da qui che Pietro comincia a scoprire chi è lui e chi è Gesù. L’amore ricevuto dal Maestro, lungo tutto il tempo trascorso con Lui, gli hanno fatto scoprire fino in fondo chi è Simone, detto Pietro: in se stesso: nulla, in Gesù: tutto. Le lacrime che versa segnano l’inizio di una nuova relazione con Cristo, di un’apertura al mistero di un Altro che smantella   completamente la sua logica. Forse, comincia ora, Pietro, a “rinnegare” se stesso, e, in  qualche modo, a lasciarsi “crocifiggere” con Gesù.

Passerà ancora del tempo, dovrà arrivare la luce della Resurrezione di Cristo, prima che Pietro si abbandoni totalmente all’insondabile  progetto di Dio,  dovrà ascoltare, per ben tre volte, la domanda che il suo Signore Risorto gli rivolge sul lago di Tiberiade, dove per tanto tempo avevano vissuto insieme:”Simone di Giovanni, mi ami tu?”, prima che possa rispondere, senza più pretese, senza più difese, senza più illusioni:”Tu sai tutto, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Ora, Pietro può aspettare, insieme agli altri discepoli, il fuoco della Pentecoste, il Consolatore promesso, ora può pascere il gregge che Gesù gli affida, ora può lasciarsi portare, senza resistere, là dove la sua ragione non  vuole andare, verso il martirio, ora può confermare nella fede i suoi fratelli, perché ha conosciuto i suoi fallimenti, i suoi falsi entusiasmi, le vere attitudini del suo cuore ed ha sperimentato che Qualcuno, di nome Gesù di Nazareth, il Signore vincitore della morte, lo ha amato nella sua debolezza, gli ha rivelato un Dio Padre di infinita misericordia e lo ha scelto, per libera e imperscrutabile volontà, ad essere testimone del suo amore come Pastore saldo, tenero e gioioso della sua Chiesa.

E Paolo, anzi Saulo di Tarso, in che modo incontra Gesù, il Cristo? Come si sviluppa la sua relazione con Lui?

Se, per Pietro, la scoperta del Signore avviene gradualmente,  vivendo accanto a Lui, giorno dopo giorno,  ascoltandone le parole, osservandone i gesti straordinari o quotidiani, riflettendo sui suoi silenzi fino alla rivelazione totale e definitiva, per Saulo l’incontro con Gesù, come sapienza e potenza di Dio, è inaspettato, travolgente, come un’esplosione  di luce, un “big bang” all’interno del suo essere più profondo, capace di portarlo, di colpo, oltre le sue certezze, oltre quanto di più perfetto un ebreo come lui possa pensare sull’inimmaginabile e indefinibile Dio di Israele. Non a caso, in una sua lettera (2Cor 4,6) afferma:”E Dio che disse:” “dalla tenebre rifulga la luce” “rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo”, rievocando in poche, intense parole l’inizio della creazione che, ora, appare rigenerata, redenta, dalla “nuova creazione” operata da Cristo.

E’ interessante, però, vedere come questa “conoscenza della gloria di Dio” ha un volto umano, quello di Gesù di Nazareth.  Eppure Saulo non conosce personalmente Gesù; ne ha solo sentito parlare dai suoi seguaci. Essi dicono che è vivo, dopo essere risuscitato dai morti. Strane voci che circolano tra la gente, a cui la sua fede di puro israelita non può facilmente prestare ascolto. Egli è nato da famiglia di stretta osservanza giudaica, si è formato alla scuola della sinagoga di Tarso e fa parte del gruppo dei “farisei”, fedelissimi ed intransigenti osservanti della legge mosaica e delle tradizioni giudaiche, ciò di cui è estremamente fiero. Sa a chi appartiene: al Dio di Israele e al popolo che Egli ha eletto. E’ a questo Dio che si deve ogni onore e ogni fedeltà nell’adempimento dei suoi comandi. Pertanto, le dicerie su Gesù lo irritano, lo scandalizzano ed è inevitabile che condivida il furore di quelli che lapidano un certo Stefano, il quale va asserendo, anche davanti al Sommo Sacerdote, cose blasfeme contro Mosé e contro Dio (At 7,52). In più, la conclusione di quella lapidazione è assolutamente sorprendente ed insopportabile: Stefano, morendo, pronuncia parole di perdono nei confronti dei suoi uccisori. Ciò lo rende ancora più furioso contro i seguaci del Nazareno, verso i quali desidera una punizione esemplare, quasi a voler scacciare un turbamento, una sorta di pungolo incuneatosi nel suo cuore contro cui vanamente recalcitra (At 26,14).

E lì, sulla via di Damasco, mentre si accinge a rendere difficile la vita di quelli che considera avversari del suo Dio, questo stesso Dio lo abbatte con una luce potente ed una parola forte quanto la stessa luce:”Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”, “Chi sei, Signore?”, “Io sono quel Gesù che tu perseguiti” (At 9,4 s). Saulo, accecato dal bagliore, ascolta la voce di Gesù, ne“vede” il volto: è il volto di quelli che credono in Lui, è la loro voce. Cristo si identifica con essi. E’ così che Saulo conosce Cristo e, da questo momento, si sente  da Lui “conquistato“ (Fil 3,12).

In questo istante, si forma l’embrione di un uomo nuovo: il futuro Paolo, San Paolo. Nell’intimo del suo spirito, pulsa già l’ineffabile realtà che si sforzerà di trasmettere, con zelo infaticabile: Colui che è “irradiazione della gloria di Dio e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3) è sceso tra gli uomini, è uno di loro, pur restando l’unico Figlio di Dio e si consegna ai peccatori, anzi “si fa peccato” per loro, perché non ricevano più alcuna condanna e nessuno più possa ormai separarli dal suo amore. E’ Lui che intercede per loro e li rende giusti, santi (cfr. Rm 8,31-35). Paolo si immerge nella carità di Cristo al punto da arrivare a dire: “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20a), in Lui dimentica chi è stato, ciò che ha posseduto, anche i meriti ottenuti con l’osservanza della Legge; tutto ritiene perdita, spazzatura, di fronte alla conoscenza del mistero di Cristo (Fil 3,8ss), divenuto il suo stesso vivere. Saulo non esiste più e Paolo non attende che di morire per raggiungere e vedere Colui che ora possiede solo nella fede e nella speranza. Unico desiderio struggente, impellente è servire il suo Signore nell’evangelizzazione, perché tutti i popoli  conoscano l’amore gratuito di Dio manifestato in Gesù. Amore di grazia, appunto, che prescinde dagli sforzi umani per raggiungere la virtù con l’osservanza esteriore dei precetti, amore contemplato nella croce gloriosa di Cristo, scandalo e follia per il mondo, nella quale, tuttavia, ogni uomo può trovare salvezza e vanto.

Paolo non può  più indugiare: l’Amore riversato con sovrabbondanza nel suo cuore lo spinge a consumare  la sua vita  perché Gesù sia annunciato, creduto, amato, reso visibile da uomini che vivano del suo stesso Spirito, che formino il suo Corpo di Risorto sulla terra, la Chiesa. E ad essi, riuniti in piccole comunità,  cerca di trasmettere, con l’ansia di uno sposo geloso, la tenerezza di una madre, l’autorevolezza di un padre, ciò che ha ricevuto, esortandoli all’umiltà, all’unità, alla comunione, alla carità, il più alto dei carismi, il segno inconfutabile della presenza di Dio, senza la quale nulla ha valore, tutto è vuoto, inutile, anche la fede.

E’ questa l’appassionata risposta di Paolo all’amore ricevuto, lo stesso amore che lo accomuna a Pietro, il primo degli Apostoli, con il quale condivide la gloria del martirio,  realizzando ciò che, nel suo spirito ardente, aveva desiderato: “dare compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo Corpo che è la Chiesa” (Col 1,24ss).

Ci aiuti la testimonianza di questi nostri fratelli e padri nella fede a risvegliare nel nostro cuore la  gratitudine a Gesù, il Cristo, dalla cui “pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia” e a perseverare nell’adesione  a Lui nella concretezza della nostra storia quotidiana.

Dina

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